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| “RISCHIA IL CROLLO LA LAVANDERIA BORBONICA DI NISIDA” |
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Un pezzo di storia del Regno delle Due Sicilie rischia di precipitare tra le acque del Golfo di Napoli. E’ la triste sorte che presto potrebbe toccare alla “Lavanderia Borbonica”, l’edificio ottocentesco che domina la baia dell’isolotto di Nisida. L’antica struttura – denunciano da tempo alcune associazioni in difesa dei beni culturali – è gravemente danneggiata e il costone di roccia su cui è stata costruita, a picco sul mare, mostra evidenti segni di cedimento. Ma la Soprintendenza non ha i fondi per completare il recupero e il progetto annunciato dal ministero della Giustizia per un nuovo utilizzo del sito, è rimasto nel cassetto. Posta di fronte all’ex acciaieria Italsider di Bagnoli e collegata alla terraferma da un ponte costruito nel 1934, la piccola isola vulcanica di Nisida (appena 2 km di circonferenza) è oggi nota come sede di un istituto di detenzione per i minori. Ma la vocazione “carceraria” del luogo risale a più di due secoli fa, quando i Borbone decisero di trasformare il preesistente castello di età angioina in una prigione per condannati politici. Allo scopo di soddisfare le esigenze della casa di pena, capace di ospitare oltre mille detenuti, nel 1815 sorse anche un edificio destinato ad accogliere le lavanderie e i magazzini, ora conosciuto con il nome di “Lavanderia Borbonica”. Forse a causa della sua posizione defilata – in cima ad una scogliera nell’ansa della baia di Porto Paone – la “Lavanderia” è l’unico fabbricato, tra quelli eretti all’epoca sull’isola, a non essere oggi utilizzato dall’amministrazione penitenziaria. Il palazzo è raggiungibile seguendo un sentiero approssimativo nel verde e superando un ponticello di legno in parte crollato. “Quello che ci si trova dinanzi è francamente allarmante”, spiega Antonio Pariante, presidente del Comitato civico di Portosalvo, associazione culturale che si batte per il recupero dei monumenti “a rischio estinzione” del capoluogo partenopeo. “L’edificio è senza porte e finestre, corroso dalla pioggia e dal vento. E a peggiorare la situazione, le grosse fratture ben visibili nel terreno sottostante, che segnalano il grave rischio di scivolamento in mare del costone”. Secondo Maurizio Simeone, naturalista del Centro Studi Gaiola, il principale motivo di preoccupazione è invece rappresentato dalle pareti completamente in tufo del rudere: “Un materiale che, più di altri, è particolarmente sensibile all’azione del tempo e degli agenti atmosferici. In condizioni così precarie, se non si interviene, prima o poi la struttura potrebbe crollare”. Verso la fine degli anni ’90, la Soprintendenza ai beni architettonici della Provincia di Napoli ha avviato un parziale intervento per il consolidamento del solaio e di alcune pareti interne pericolanti, completato nel 2005 con un impegno di 25mila euro. “Ma per parlare di un vero e proprio recupero – afferma l’allora direttrice dei lavori, Nicolina Ricciardelli – servirebbe un finanziamento decisamente più cospicuo, finalizzato ad una precisa destinazione d’uso dell’edificio. Fondi che la Soprintendenza certamente non ha a disposizione”. La promessa di una “destinazione d’uso” l’aveva fatta nel 2003 il Ministero della Giustizia, nell’ambito dei lavori per la costituzione a Nisida del Centro Europeo di Studi sulla devianza e il disagio giovanile. Il progetto prevedeva la riorganizzazione di tutte le strutture edilizie nell'isola per lo svolgimento di conferenze e incontri internazionali, attività di ricerca, studi e formazione. In un primo momento, la “Lavanderia Borbonica” era stata individuata come il luogo ideale per la “realizzazione delle sale per i seminari, attrezzate con moderni sistemi impiantistici ed informatici”. Alla fine il Centro è poi stato realizzato escludendo dal progetto il monumento. “Che per ricominciare a vivere – conclude la Ricciardelli – avrebbe bisogno di essere inquadrato nell’ambito di attività culturali e ambientaliste aperte al pubblico, impossibili fino a quando sull’isola ci sarà il carcere”.
Foto di Marco Molino
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